La nostra basilica.

La nostra basilica.
Era ormai necessario darsi una pagina internet.

martedì 3 febbraio 2015

Finché Cristo non sia formato in voi... (2)


Continua l'iniziativa "Finché Cristo non sia formato in voi".
Questa settimana si suggerisce questo bel libro di A. Gentili nel quale viene tracciato, in modo meraviglioso, il cammino spirituale di Etty Hillesum.
L'iniziativa nasce come conseguenza della costruzione della nuova chiesa. Infatti non ha alcun senso costruire una chiesa se poi non si costruisce la vera Chiesa, quella fatta da ognuno di noi, inseriti in un grande popolo.
La chiesa senza la Chiesa è solo un monumento ai caduti e non un luogo dove si vive, e quindi si trasmette, la gioia della vita con Cristo.
L'ignoranza di Cristo, la superficialità del modo con il quale viviamo la nostra fede, impongono una scelta seria ed una riflessione.
Oggi la chiesa ci ha invitato a riflettere sull'episodio della Presentazione di Gesù al Tempio. Questo episodio ci dice che spesso sono proprio gli addetti al sacro a non accorgersi della presenza del Signore. Mentre un vecchio e una vecchia, aperti, nonostante l'età, alla perenne novità di Dio fanno l'esperienza di un desiderio che trova la sua realizzazione.
Lasciamoci stupire dall'azione imprevedibile di Dio.

lunedì 26 gennaio 2015

Finché non sia formato Cristo in voi...

Gesù: questo sconosciuto... anche per chi si dice cristiano e magari frequenta la messa la domenica e nelle altre feste comandate. Il vangelo di Marco che leggeremo, di domenica in domenica, in questo anno liturgico, ci accompagna a scoprire il vero volto di Gesù. Questa domenica l'invito che ci è stato rivolto è quello alla conversione e a credere nel vangelo. Non credere al vangelo ma nel vangelo, cioè dentro il vangelo. La nostra fede spesso vacilla di fronte alla vita, alle sue sofferenze, alla sua incomprensione, al suo non senso. Sono questi i momenti privilegiati per credere nel vangelo, tuffarsi dentro la fede e l'esperienza di Gesù, cercando di aggrapparsi a Lui per continuare a camminare nella fede.
Quest'anno come comunità cristiana vogliamo percorrere questo cammino affinché "Cristo sia formato in noi" come ci invita a fare l'apostolo Paolo nella sua lettera ai cristiani della Galazia.
Per fare questo occorre superare una idea devozionistica di Gesù, occorre decidere di riprendere in mano e nel cuore quei concetti che al catechismo ci sono stati spiegati con un linguaggio adatto all'età e portarli ad una maturità più grande.
Ecco da dove nasce l'idea di consigliare un libro ogni settimana, perché la fede non è passiva accettazione di dogmi ma una vita che si confronta con Gesù per capire come la Sua presenza e la Sua parola possono dare spessore e consistenza.
Occorre passare ad un livello superiore, passare dal latte del neonato al cibo solido dell'adulto. Occorre confrontarsi anche con chi si è lasciato interrogare da quest'uomo di Nazaret e da questo rapporto ne ha tratto opere di profonda riflessione, rivelando come quelle domande su Gesù non sono riservate ad anime pie e devote, non sono circoscritte ad un gruppetto di illusi o nullafacenti, ma sono nel cuore di ogni uomo che desidera intensamente vivere.
Il libro della settimana è "Gesù, insonnia del mondo" di F. Castelli. Una lettura del Cristo degli scrittori contemporanei, che a volte è lontano dal Gesù dei vangeli, ma che comunque emerge come presenza nella vita. La loro ricerca aiuta la nostra a non prendere degli abbagli, a non sprecare tempo, a non sentirci strani o alienati se a volte siamo abitati da domande che il mondo tende a censurare.
Buona lettura.

domenica 18 gennaio 2015


Ehilà peccatore, come va lassù?
Sono stati due mesi duri per tutti. Oggi sono stati a trovarti i tuoi amici, c'era Valentina, Andrea, Francesco, Claudia, Alessia, poi si è aggiunta Giulia. Hilary e Arianna non sono potute venire. Hilary per lavoro, Arianna non sta granché bene. Ed infine io che non sono venuto. Perché sono un codardo? Me lo sono chiesto... ma credo di poter rispondere: No! No, non sono un codardo è che il cimitero non è un luogo che mi appartiene. Non lo amo particolarmente... Certo adesso passandoci davanti molte volte al giorno lo guardo con attenzione e parte spontanea una preghiera... non per te... no... non credo che tu ne abbia bisogno. Parte una preghiera per me, perché pregare vuol dire fare nostro lo sguardo di Dio sulla realtà... ed io faccio fatica, faccio sempre più fatica a fare mio lo sguardo di Dio. Perché le sue vie non sono le mie vie. I suoi pensieri non sono i miei pensieri. Sai Francè devo dirti una cosa... una cosa che un prete non dovrebbe mai dire per non scandalizzare gli addetti al sacro: tu hai cambiato la mia fede.
Riflettevo in questi giorni su una cosa, oggi l'ho condivisa anche con i ragazzi del catechismo. Quando uno cade, quando si fa male, quando si spaventa, quando ha mal di testa o mal di denti... quando... quando... quando... viene sempre fuori un'esclamazione: mamma mia. La stessa esclamazione che mi è venuta due mesi fa, proprio a quest'ora, quando papà mi ha mandato quel terribile messaggio: hanno ammazzato Francesco. Come hanno ammazzato Francesco? Che c'entra Francesco con la morte? Francesco è un ragazzo buono, solare, tranquillo. No, che c.... di scherzo è mai questo?! Ero lontano e ho cominciato a dire un'Ave Maria dietro l'altra, Ave Maria, Ave Maria fa che non sia vero, Ave Maria, fa che non sia lui, Ave Maria fa... fa... fa... Ecco, lo stesso grido di quando uno cade e si fa male: Mamma mia che dolore!
Non ho mai avuto un buon rapporto con il Padre nostro... una preghiera troppo impegnativa, ti prende la vita, ti espropria. Nei cieli distante, il suo Regno spesso invisibile, la sua volontà così fuori dalla mia, così difficile. Il pane quotidiano se non te lo sudi non te lo regala nessuno. Rimetti i nostri debiti che in fondo sono pochi, cosa faccio di male... gli altri si che mi hanno fatto del male e come li rimetto ai miei debitori, posso tuttalpiù far finta di nulla, fingermi fesso, ma rimetterli e no. La tentazione? La dietro l'angolo, sempre pronta a colpirti alle spalle. No, una preghiera difficile, piena di utopie. L'Ave Maria ti consola, prega per noi peccatori, prega adesso, subito, per noi peccatori. E poi anche nell'ora della nostra morte, così lontana ma meglio mettere le mani avanti. L'Ave Maria mi appartiene, mi consola, il Padre nostro mi mette in crisi. Eppure quando la notizia era certa è iniziata una trafila nervosa, forse isterica, probabilmente nevrotica di Padre nostro... padre nostro che sei nei cieli, padre nostro che sei nei cieli, padre nostro che sei nei cieli..., così tutta la notte così tutto il giorno successivo e tutti i giorni successivi. Così ogni volta che penso a te, a mamma a papà, a Filippo a Ludovico, ai tuoi nonni, ai tuoi cugini, ai tuoi amici.
Padre nostro, la preghiera che ci ha insegnato Gesù e, all'improvviso, mi accorgo che non c'è alcun riferimento alla morte, nulla che riguardi la morte... come è possibile che la nostra paura più grande, la nostra ultima sconfitta, quella definitiva, quella che toglie senso alla vita, quella che ti fa assaporare il calice amaro della impotenza, non ha trovato spazio nella preghiera di Gesù?!
Perché per Lui la morte non esiste e allora perché pregare per qualcosa che non esiste? E' come se io mi mettessi a pregare per la salute di Babbo Natale, semplicemente pregherei per il nulla. La morte per Gesù non esiste e allora ripeto il Padre nostro e mi attacco alla fede di Gesù, non alla mia, debole, inconsistente, traballante: Mi attacco alla fede di Gesù che non mi dice di pregare per la morte.
Oggi alla messa, dopo la comunione, ci siamo tutti seduti un attimo e abbiamo ascoltato una ninna nanna che tu spesso suonavi in tenda. E' stato un momento bello, drammatico. Sentire quelle note che tanto ami e immaginare di accarezzarti la fronte, rimboccarti le coperte ed augurati una serena notte, serena notte te l'abbiamo augurata a mezzogiorno, ami ancora tirar tardi la sera e andare a letto quando tutti gli altri sono ormai in piena attività.
Resti il nostro piccolo Francesco, che preso dai suoi tanti interessi, ancora non trova il tempo di farsi vedere. Ho visto che papà continua a chiederti di dare un segno, almeno a mamma. Qualcuno lo hai dato, io lo so, hai scelto persone al limite, come al solito stai cercando di sgamare i nostri bari. Stanotte ti ho sognato anch'io, non mi hai parlato, eri serenamente serio, con una bellissima camicia, di quelle slim fit, a righe blu con un doppio colletto e un piccolissimo filo rosso. Ti stava bene. Avevi un incedere serio, solenne, da uomo in carriera.
Tante cose avrei ancora da dirti ma sono sicuro che ci saranno altre occasioni.
Fatti vedere ogni tanto.
Peccatore.
tuo donBi

venerdì 9 gennaio 2015

ColoriAMO il Natale


Ricordo che presso il centro parrocchiale "Francesco Leccese" di Gignano è possibile ancora visitare e votare le opere pittoriche sul natale fatte dai nostri bambini. Domenica prossima, 11 gennaio, nel pomeriggio alle ore 15,30, ci sarà la premiazione delle opere alla quale seguirà una festa per tutti. Ognuno porti qualcosa da condividere con tutti gli altri. Vi aspettiamo.

venerdì 26 dicembre 2014

Omelia per la messa di Francesco Leccese


“Ehilà peccatore bentornato!”
Ciao Francesco, questa é la nostra frase, ricordi? La tua frequentazione alla messa domenicale negli ultimi tempi si era un po’ allentata ma non mancavi mai la notte di Natale e di Pasqua, ed io invece di dirti “il corpo di Cristo” ti dicevo appunto “Ehilà peccatore bentornato!”, tu sorridevi, io sorridevo, con te é impossibile non sorridere.
Sento vera per me la frase di una canzone di Ligabue: “Ho perso le parole”… io qui sono il prete, il tuo parroco, l’amico di famiglia. Dovrei dire parole di conforto, di speranza, di resurrezione… ma ho perso le parole. Allora mi lascio andare alle sensazioni, alle emozioni. Allora decido di scriverti una lettera, informale, tra amici, dove posso permettermi errori teologici, cadute di stile… una lettera che dice il cuore mio in questo momento.
Ti ricordi quando nelle messe importanti ti chiedevo di passare con il cestino e tu mi rispondevi “quanto mi dai?” … “il 10% è tuo… Era un dono di natura il tuo giocare, scommettere… quel 10% non te l’ho mai dato, ma tu sgamavi i bari e restavi impassibile la vicino al fedele che tentennava a far cadere la sua offerta nel cestino… con la tua faccia di… bronzo. Io dall’altare mi gustavo la scena, sorridevo e, a fine messa, tra una fetta di pandoro o la pizza di Pasqua ti dicevo: “Quello ci ha provato eh?” e tu mi rispondevi: “Ho vinto io però Brunito”. Tu hai sempre sbancato Francè!
Quando ero adolescente, quando le parole hanno un peso specifico notevole, ho avuto la fortuna di incontrare dei preti che erano anzitutto compagni nell’avventura della vita. Ognuno di loro mi ha lasciato una frase, una verità, un progetto, un sogno. Voglio condividerne qualcuna con te!
“La vita è la realizzazione del sogno della giovinezza”. La ricordo ancora questa frase, la vita è la realizzazione del sogno della giovinezza. Quanto è vera. Ecco questa è la prima cosa che ho pensato di te. Tu Francesco hai realizzato, scalando velocemente tutte le tappe, la tua vita, perché hai realizzato il tuo sogno. Felice a Birmingham con un sottile filo di nostalgia per la tua città, per la tua famiglia, per la cucina di casa tua… mammina dicevi durante le tue telefonate a casa. Mammina in bocca a te, chi l’avrebbe mai immaginato? Tu sempre così sicuro, spavaldo, deciso, tu che dicevi mammina… un miracolo. Sai Francesco qui oggi ci sono tutti i tuoi amici, alcuni sono tuoi coetanei, altri un po’ più piccoli o più grandi. Tanti di loro sono in gamba come te, alcuni purtroppo si lasciano vivere nelle infinite vasche su e giù per il corso di una città che non c’è più, che ancora non c’è, magari fatti e strafatti di vino, di droga, di nulla. Per alcuni di loro è vero quello che mi ha detto tuo papà qualche giorno fa: “La vita è quella cosa che ti accade mentre tu sei impegnato a fare qualcos’altro”. A loro tu dici oggi che non vale la pena lasciarsi vivere, a loro tu dici oggi che scoprire e realizzare i propri sogni è l’unico motivo che da senso alla vita, che la rende bella, avventurosa, alta. E’ vero il tuo sogno è diventato il nostro incubo… ma tu eri felice e questo ci basta, ci deve bastare.
“Se vuoi tracciare dritto il solco della tua vita attacca il tuo carro ad una stella”. Quante volte ci capita di guardare il cielo di notte e chiederci chi siamo. Da un mese guardiamo il cielo e lo vediamo terribilmente vuoto. “Ho sentito dire che qualcuno ha scritto che la tristezza più grande è sentire di dover ringraziare qualcuno e non sapere chi. Io vorrei incazzarmi con qualcuno ma non so con chi” questa frase è del tuo papà, detta a mezza bocca tra un fiume di lacrime, un pugno tirato ed una mano tesa a cercare sostegno. Francesco adesso quella stella devi essere tu. Perché “quaggiù non siamo in cielo, e se un uomo perde il filo è soltanto un uomo solo”… e no Francesco, tu devi essere quella stella alla quale ciascuno di noi può attaccare il carro della sua vita, abbiamo bisogno di te per non perderci. Da subito mi son detto “ci deve essere una Grazia in questa disGrazia”. Aiutaci a capire cosa vuole da noi questo tuo sacrificio.
 Ti ricordi Francesco la prima confessione fatta con me? Ero arrivato da pochi giorni a Gignano, voi ragazzi non avevate accettato di buon grado l’avvicendamento tra don Juan e me, mi guardavate con sospetto, come fossi un usurpatore. Io non ne avevo colpa e nemmeno don Juan, l’obbedienza ci chiedeva questo. Ed io vi guardavo da lontano, con rispetto e timore (tu, Valentina, Ilary; Arianna, Andrea, Francesco, Alessia, Claudia, Antony…). Tu hai rotto il ghiaccio e mi hai chiesto di confessarti. Il mio imbarazzo era evidente ma ho detto “Ok”. Ricordo ancora l’angolo della tendochiesa dove abbiamo cercato di trovare un po’ di raccoglimento in mezzo a un mare di ragazzi che facevano il campo estivo. Ho potuto ammirare la sensibilità e il candore della tua anima. Come penitenza ti ho dato una carezza e ti ho detto “torna a giocare con i ragazzi e sii felice”.
Adesso tu devi dirla a noi questa frase. La devi dire a mamma e papà… “Tornate a giocare con Filippo e Ludovico e siate felici… non rottamatevi. Imparate da me”.
Tua mamma, tuo papà, Filippo, Ludovico… Penso a loro e sperimento tutta la mia impotenza. A proposito sai cosa mi ha detto Filippo l’altra sera a casa tua? “Ciao don Bru’… oh ma sempre qua stai?” ha imparato bene da te come essere bipppppp (stronzi) e non farlo pesare… Complimenti!
Penso a loro e mi vengono in mente tre icone di vangelo, vorrei dirle in punta di piedi, con tutto il rispetto di cui sono capace, non ricette preconfezionate ma suggestioni, parole vuote che spero siano riempite da Lui.
-          “Donna non piangere”… Vorrei dirti cara Alessandra con la stessa dolcezza, con la stessa tenerezza ma anche con la stessa certezza di Gesù “Donna non piangere!”. Te l’ho dico Alessandra, sapendo che adesso vorresti tirarmi un pugno, te l’ho dico come atto di fede in Colui che primo ed unico ha usato questa espressione e che solo Lui può ridirti in questo momento e per tutti i momenti della tua vita. Vivi Alessandra, questo vuole Francesco da te.
-          “Figlio ecco tua madre, e da quel momento il discepolo la prese nella sua casa”. Giuseppe vivi questo dolore con gli occhi del discepolo amato che ai piedi della croce, perso e disperato per l’amore della sua vita che se ne va, è invitato da Gesù stesso a non guardare alla croce ma agli occhi di quella donna di Nazareth. Se desideri, e so che lo desideri, restare padre, prendi e pendi dallo sguardo di Maria. Se ridiventi figlio continuerai ad essere un padre eccezionale come lo sei sempre stato.
-          “Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto”. Filippo, Ludovico oggi state vivendo il dramma di Marta e Maria. L’assenza di Francesco e, con la sua assenza, anche quella di Gesù. Io non so come e quando ma il Risorto farà con Francesco quello che ha fatto con l’amico Lazzaro, con il figlio della vedova di Nain, con il servo del centurione… “Credi tu questo?” chiede Gesù a Marta. Credete voi questo? Credo io questo? La nostra risposta, la vostra risposta, la mia risposta, in questo momento, è no! Ma a Lui non importa la nostra risposta, a Lui interessa solo la nostra domanda, la nostra pretesa espressa anche con la disperazione delle lacrime o di una bestemmia non detta ma pensata: “se Tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto «mo vidi che t’ha fa’»”.
-          A tutti i tuoi amici, a tutti gli amici dei tuoi amici, a tutti quelli che oggi ti fanno corona, vorrei dire due consegne che il nostro vescovo ha dato a tuo papà qualche sera fa:
- La morte non può uccidere l’Amore, la morte non ha alcun potere sull’amore;
- Desiderate continuare a sentire Francesco, scherzare, suonare, ridere… Allora dovete cambiare frequenza alla radio della vostra vita. Bisogna passare sulle frequenze dello Spirito, dell’Infinito, su frequenze altre ed alte.

Francesco permettimi un gesto, lo voglio fare a nome di tutti. Le mani di mamma e papà sono state le ultime che ti hanno lungamente accarezzato due giorni fa, quelle mani io ora voglio baciare perché così il mio, il nostro bacio arriva a te. Ma soprattutto perché ora quelle mani sono diventate mani sacerdotali, mani sacre che ti hanno offerto in sacrificio sull’altare del dolore. Accarezzandoti con amore hanno celebrato la loro prima, la loro ultima la loro unica vera messa.
Fatti sentire ogni tanto.
Bentornato peccatore.

Don Bruno

mercoledì 19 novembre 2014

Francesco te ne sei andato all'improvviso. Alle 23,20 tuo papà mi scriveva "hanno ammazzato Francesco". Gli ho detto un sacco di parolacce, come si permetteva di dire una simile cosa, ed ho iniziato a pregare perché nulla fosse vero, speravo si trattasse di un incubo dal quale svegliarsi. Ma il gelo alle gambe e le lacrime agli occhi non erano un incubo. Ho svegliato tutta la parrocchia. Mi ripetevo: un mio ragazzo ammazzato? Francesco? Lui così gentile, affabile, empatico. Lui un genio della musica con la passione del tavolo verde. Lui che a natale, nelle serate al centro parrocchiale, era il migliore a sbancare il banco. Francesco e il suo pianoforte. Odiava il solfeggio ma aveva la musica nel sangue. Lui un ragazzo che amava tirar tardi la notte come tutti i giovani ma che andava a fare le prove con mamma e papà alla corale Gran Sasso. Lui che per rendersi autonomo aveva accettato di lavorare in un call center, quanto di più lontano dal suo carattere, e per arrotondare suonava pure nella banda musicale (quanto abbiamo riso con mamma e papà quando alla tua prima uscita ti sei inzuppato come una gallina e sei tornato a casa fradicio di pioggia). Tu che, disinibito, diventavi rosso se ti mandavo un whatsapp riciclando qualche barzelletta un po' border line. Tu che, puntuale la notte di natale e di pasqua, ti presentavi alla comunione e io invece di dirti "il corpo di Cristo" ti dicevo "peccatore vedi di confessarti prima o poi", il tuo amen era il sorriso di chi l'ha fatta franca e ancora una volta era riuscito a prendermi in giro. Ma Gesù che tu venivi a prendere era più importante dei miei rimproveri e allora la comunione te la davo ugualmente. Perché uno come te è facile da amare. E Gesù ti ha voluto con se. Anche lui è rimasto abbagliato dal tuo sorriso e dai tuoi occhi furbescamente bambini. Non è una risposta a tutto il dolore  dei tuoi genitori, al dolore della tua famiglia, di Filippo e Ludovico, al dolore dei tuoi amici... e non è una risposta nemmeno per me. Ma abbiamo bisogno di uno spiraglio in questa notte che non si decide a passare, in questa notte che ormai ci abiterà per sempre. Aiutaci non a capire ma a pronunciare, seppur a denti stretti e con i pugni chiusi, questo terribile fiat. Ciao Francesco. Ti aspettiamo con amore.tuo don Bru' (o meglio tuo Brunito come eri solito chiamarmi quando volevi darti un tono di superiorità)

sabato 27 settembre 2014



Pubblicato Sabato, 27 Settembre 2014 10:51 | Scritto da Maria Rosaria Greco




Qui c’è la tela immacolata del quadro che dipingerò. Lì vicino c’è L’Aquila, anche se ancora non la vedo. Ne sento battiti e respiro, ma forse è solo un’illusione. Sto per prendere il pennello, i colori sono ben sistemati sulla tavolozza. Alzo lo sguardo con timore, eccola! E senza volerlo infilo le unghie nella tela, la squarcio, e grido contro il Cielo. Devo forse dipingere di nero? Un quadro nero? Devo disegnare una notte senza stelle? Non ce la faccio. Ma non posso e non voglio arrendermi prima di cominciare.
Inizio a passeggiare, mi hanno detto che il centro della città non esiste più, ma io non ci credo. Che cosa vuol dire non esistere? Percorro le strade che avvolgono il centro, strette dall’abbraccio della montagna madre. La natura volge placida il suo sguardo da ogni curva, da tutte le angolazioni. L’Aquila è circondata dai monti. Mi chiedo se quella notte gli animali selvatici hanno provato paura!
Devo entrare in Corso Vittorio Emanuele, il salotto buono della città. Anche se mi hanno detto che non c’è più né salotto né vita. Mi hanno detto che le case sono ferite a morte, ma io non ci credo. Da lontano vedo sagome alte, sono palazzi, si sbagliano tutti.
Entro con i miei sandali bianchi e pieni di strass, inadeguati, fuori dal mondo. Fanno rumore, lo sapevo già, ma non credevo così tanto! L’eco dei passi mi terrà la mano, sarà compagnia e spettro, darà vita a un fluido circolo di emozioni che farà il giro del mio corpo ad ogni battito di cuore. Alla fine del mio viaggio avrò incontrato circa venti persone, attonite come me, e quattro bar funzionanti. Me l’aveva detto una signora polemica che avevo incontrato poco prima:
“Hanno riaperto solo i bar, questo sono stati capaci di fare per i nostri ragazzi”. Polemica. O fottutamente sincera.
È scesa la sera, ed io sono entrata nel cuore della città.
L’Aquila. Vi ricordate di quella notte in cui fu colpita dal terremoto? 309 morti, vi ricordate? 6 aprile 2009, nessuno può aver dimenticato. Ma tra il ricordare e il non dimenticare passano rosari infiniti di giorni lasciati lì su un calendario vecchio. Ci passa il tempo e la dimenticanza del cuore. Il terremoto, lo sgomento, il pianto, la rabbia, un’offerta, la frenesia del momento, i funerali, Berlusconi, Bertolaso, i moduli, le case, il G8, le promesse, i discorsi, blablabla e così sia. Certo. Giusto. Ognuno di noi ha ripreso posizione, è tornato nella propria vita, una lacrima, una preghiera e via. Come in ogni tragedia altrui.
L’Aquila. Il corso è stretto e lungo; stradine laterali si staccano, e si aprono come tante scheletriche e fragili braccia che un tempo si elevavano cercando idealmente la libertà della montagna e l’infinito del cielo, e che sono state spezzate. Rumore di ossa spezzate. Il buio mi colpisce per primo. Mi dà il saluto di benvenuto. No, forse no. Prima del buio c’è l’odore. Umido, quello delle case disabitate da tempo immemore, quello di pietra intrisa d’acqua e mai asciugata, verde di muffa. Pietra rinnegata dal sole. Un odore che ricorda il ferro, la pioggia, la solitudine di secoli. Ma in realtà sono passati cinque anni da quella notte. I palazzi, belli come una donna dai lineamenti perfetti divenuta vecchia malata melanconica e moribonda. Bella, che tu lo intuisci da quel riverbero di vita che ancora vien fuori dagli occhi; di vita e di malizia propria delle donne belle.
Su quella via c’era l’anima della città. Palazzi alti e meravigliosi, uffici, negozi alla moda e abitazioni di gente che si sentiva felice e fortunata di potersi permettere una casa proprio lì. Le facciate degli edifici sono completamente ingabbiate, tenute su da sostegni di ferro crudeli come una maschera che nasconde il danno, e pure lo salva, lo conserva, lo consegna alla memoria collettiva che troppo spesso dimentica.
Gabbie come una condanna, a ricordare il dolore. Qui le rovine sembrano eterne. Mi avvicino ai portoni, leggo i nomi sui citofoni, ho voglia di suonare, di sentire la voce di qualcuno chiedere chi è. Ho voglia di entrare in una di quelle case dagli usci eleganti e massicci, giganteschi paradossi che non hanno potuto salvare niente e nessuno; ho il desiderio di aprire un album di fotografie e conoscere i nonni, i figli, i nipotini, e andare a ritroso fino alla settima generazione. E sentire il bau di un cane incazzato che difende il suo perimetro perfetto, e la sua pace. Premo il campanello, non suona, non risponde nessuno, non vedrò mai le immagini di quella storia. Lo sapevo che sarebbe stato inutile, non sono pazza, ma a volte anche gli incubi sembrano reali, e poi ti svegli e tiri un sospiro di sollievo, guardando le tue quattro consolanti mura. Perché stavolta non poteva essere così? Perché non è tutto solo un incubo, un equivoco della mente?
È sera, faccio fatica ad immaginare la città di giorno, e i raggi solari infilarsi in quello scenario opalescente di luna. Non c’è grande illuminazione sul corso dell’Aquila. Non serve, non c’è nessuno. Non c’è ragione che vi sia qualcuno. I lampioni accesi sono pochi e mandano una lucina da calli veneziane, da caffè parigini; ma qui, se in qualche microscopico angolo c’è l’intimità degli amanti e degli scrittori, non si vede.
Avanzando nel silenzio assoluto, protagonista solitaria di un film surreale, incrocio una strada laterale molto più ampia delle altre, e svolto. La solita lucina ovattata, semi senza nome che sono divenuti alberelli sottili e che si mischiano alle ormai familiari impalcature dei palazzi, quasi a formare abbracci di cespugli gravidi di mangrovie, o mani gonfie, mostruose, che pregano. Senza ordine, con una promiscuità che commuove, e neppure un gatto innamorato nella notte. Si è alzato un po’ di vento. Sento dei rumori alle mie spalle, sono le foglie che arrivano da autunni lontani. Non ho paura, c’è tutto un mondo antico che mi guarda e mi parla. Decido di togliermi i sandali, ho bisogno di toccare quella terra, ho necessità di sentirla davvero. È la celebrazione della mia imperfezione, del mio dolore, un rito egoistico a cui non riesco a sottrarmi. Cammino e premo le piante dei miei piedi su quella strada che è piena di muri sbriciolati, il freddo del contatto si diffonde nel mio corpo.
Devo sedermi. Devo piangere. Come se un mare di lacrime potesse restituire la vita. Come se potesse assolvere chi se n’è andato, chi è restato, chi è colpevole. Come se potesse punire la cattiveria di una natura a volte davvero matrigna crudele. Mi alzo e vado via. Piano, dispensando pensieri d’amore. Voglio credere che nessuno sia morto tra quelle pareti che contengono solo spazi aperti, gusci vuoti. Voglio immaginarli vivi e nonostante tutto felici, i nonni i nipotini il cane incazzato e sette generazioni ritratte in foto color seppia.
Torno dove a L’Aquila c’è vita. Perché c’è tanta vita a L’Aquila. Studenti, ragazzi innamorati, famiglie che hanno ricostruito le proprie case, interi nuclei e comunità che vivono nelle “case di Berlusconi”, Chiese. Studenti, già.
Quella notte ne morirono otto nel crollo di una palazzina della
“Casa dello Studente”. Ci vado. Otto foto, qualche maglia stesa sulle solite tristi inutili transenne, scene di vita interrotta brutalmente e visibile dalla strada … ecco, passi di là, via XX Settembre e non trovi parole che possano dare un senso alla tragedia. Passi e vedi porte aperte, il bagno, gli armadi, le cucine aggrappate disperatamente a muri morti. I letti no, non ci sono: quelli crollarono insieme ai pavimenti, quelli accompagnarono il volo finale e fatale di ragazzi che dormivano innocenti e fiduciosi.
La loro casa fu visitata dai tecnici quella sera. Fu detto loro che andava tutto bene. Tutto bene. Una sentenza del 2013 ha condannato quattro persone a pene di detenzione che vanno dai due anni e mezzo a quattro anni. Chissà se servono, se bastano, se donano pace a chi non può più abbracciare un figlio. Chissà se certi errori evitabili si eviteranno dopo tanto dolore. Poco oltre il collegio, uno striscione ormai logoro recita:
“Assassini, ridatemi mio figlio”.
Non si può commentare, e cosa poi? Cammino ancora, e trovo un grande parco. C’è il sole, mamme bimbi altalene e nonni che giocano a briscola. I papà sono a lavorare, non so dove. Alcuni negozi distrutti sono rinati presso i centri commerciali, altri chiusi per sempre col terremoto. Di tanto in tanto ci si imbatte in un edificio ricostruito o ristrutturato, stretto a palazzi danneggiati, caduti, crepati come bicchieri di vetro, case che ricordano quelle che da bambina costruivo con le carte da gioco, una sull’altra … un alito leggero e il castello cadeva distrutto.
L’Aquila. Non ho incontrato una sola persona scortese. Gentilezza e sorrisi, quando non addirittura un atteggiamento disponibile e affettuoso. Quanto è grande quella gente! E alla fine del mio viaggio approdo in una tenda della protezione civile. Ha un nome, quella tenda. Si chiama Parrocchia “Santa Maria Assunta” di Gignano. Una Chiesa. Fuori, un piazzale ampio e polveroso. Una campana sorretta da un corto palo di legno, altre due adagiate per terra poco lontano. Il Parroco è Don Bruno Tarantino, un giovane uomo di origine salentina. Ha tanto da raccontare, e avrebbe tanto da recriminare, credo. Quella notte era lì, la sua casa crollò, e pure la sua Parrocchia. Era quella del quartiere degli studenti, lui li conosceva tutti. Perse parrocchiani, ragazzi e amici. Perse storie. Perse futuro, come tanti, in quella notte di sgomento e disperazione, di devastazione e morte. Io posso solo immaginare l’infinità di sensazioni ed emozioni che provò, lui come tutti. I sacerdoti sono esseri umani, e credo non siano immuni dal provare sentimenti, anche i meno nobili, se e quando la vita decide che deve essere così. Invece nessuna rabbia, nessun conto in sospeso negli occhi e nei gesti di questo sacerdote. Sorrisi per tutti, accoglienza, disponibilità. Si ferma con una signora anziana, la vede abbronzata, le chiede se è andata al mare. Ma il mare è distante da questa terra, e lui lo sa. La signora gli sorride, gli dice qualche parola, di cui una è ‘grazie’.
Poi ci spostiamo e con una sorta di felicità mi invita a visitare un altro cantiere. Lo seguo, e lui mi fa vedere una gettata in cemento, alcune colonne portanti e cento metri di speranza viva. Su quel rettangolo poche settimane fa è stata posata la prima pietra della nuova Chiesa.
Vado via da L’Aquila così. Con la dolcezza e la forza di chi crede nella vita. Vado via da L’Aquila, e so che non posso chiudere il resoconto di questo mio viaggio con la banalità di circostanze fin troppo semplici, servite su un piatto doloroso e alienante. Ma non ho altro da dire, se non che questa città diventa immediatamente tua e tu sua, che ti entra nel cuore, e lì vi rimane per sempre.


http://paisemiu.com/index.php/attualita/2083-l-aquila-del-mio-cuore