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La nostra basilica.
Era ormai necessario darsi una pagina internet.
venerdì 9 gennaio 2015
venerdì 26 dicembre 2014
Omelia per la messa di Francesco Leccese
Ciao Francesco, questa é la nostra frase, ricordi? La tua
frequentazione alla messa domenicale negli ultimi tempi si era un po’ allentata
ma non mancavi mai la notte di Natale e di Pasqua, ed io invece di dirti “il
corpo di Cristo” ti dicevo appunto “Ehilà peccatore bentornato!”, tu sorridevi,
io sorridevo, con te é impossibile non sorridere.
Sento vera per me la frase di una canzone di Ligabue: “Ho
perso le parole”… io qui sono il prete, il tuo parroco, l’amico di famiglia.
Dovrei dire parole di conforto, di speranza, di resurrezione… ma ho perso le
parole. Allora mi lascio andare alle sensazioni, alle emozioni. Allora decido
di scriverti una lettera, informale, tra amici, dove posso permettermi errori
teologici, cadute di stile… una lettera che dice il cuore mio in questo momento.
Ti ricordi quando nelle messe importanti ti chiedevo di
passare con il cestino e tu mi rispondevi “quanto mi dai?” … “il 10% è tuo… Era
un dono di natura il tuo giocare, scommettere… quel 10% non te l’ho mai dato,
ma tu sgamavi i bari e restavi impassibile la vicino al fedele che tentennava a
far cadere la sua offerta nel cestino… con la tua faccia di… bronzo. Io
dall’altare mi gustavo la scena, sorridevo e, a fine messa, tra una fetta di
pandoro o la pizza di Pasqua ti dicevo: “Quello ci ha provato eh?” e tu mi
rispondevi: “Ho vinto io però Brunito”. Tu hai sempre sbancato Francè!
Quando ero adolescente, quando le parole hanno un peso
specifico notevole, ho avuto la fortuna di incontrare dei preti che erano
anzitutto compagni nell’avventura della vita. Ognuno di loro mi ha lasciato una
frase, una verità, un progetto, un sogno. Voglio condividerne qualcuna con te!
“La vita è la realizzazione del sogno della giovinezza”. La
ricordo ancora questa frase, la vita è la realizzazione del sogno della
giovinezza. Quanto è vera. Ecco questa è la prima cosa che ho pensato di te. Tu
Francesco hai realizzato, scalando velocemente tutte le tappe, la tua vita,
perché hai realizzato il tuo sogno. Felice a Birmingham con un sottile filo di
nostalgia per la tua città, per la tua famiglia, per la cucina di casa tua…
mammina dicevi durante le tue telefonate a casa. Mammina in bocca a te, chi
l’avrebbe mai immaginato? Tu sempre così sicuro, spavaldo, deciso, tu che
dicevi mammina… un miracolo. Sai Francesco qui oggi ci sono tutti i tuoi amici,
alcuni sono tuoi coetanei, altri un po’ più piccoli o più grandi. Tanti di loro
sono in gamba come te, alcuni purtroppo si lasciano vivere nelle infinite
vasche su e giù per il corso di una città che non c’è più, che ancora non c’è,
magari fatti e strafatti di vino, di droga, di nulla. Per alcuni di loro è vero
quello che mi ha detto tuo papà qualche giorno fa: “La vita è quella cosa che
ti accade mentre tu sei impegnato a fare qualcos’altro”. A loro tu dici oggi
che non vale la pena lasciarsi vivere, a loro tu dici oggi che scoprire e
realizzare i propri sogni è l’unico motivo che da senso alla vita, che la rende
bella, avventurosa, alta. E’ vero il tuo sogno è diventato il nostro incubo… ma
tu eri felice e questo ci basta, ci deve bastare.
“Se vuoi tracciare dritto il solco della tua vita attacca il
tuo carro ad una stella”. Quante volte ci capita di guardare il cielo di notte
e chiederci chi siamo. Da un mese guardiamo il cielo e lo vediamo terribilmente
vuoto. “Ho sentito dire che qualcuno ha scritto che la tristezza più grande è
sentire di dover ringraziare qualcuno e non sapere chi. Io vorrei incazzarmi
con qualcuno ma non so con chi” questa frase è del tuo papà, detta a mezza
bocca tra un fiume di lacrime, un pugno tirato ed una mano tesa a cercare
sostegno. Francesco adesso quella stella devi essere tu. Perché “quaggiù non
siamo in cielo, e se un uomo perde il filo è soltanto un uomo solo”… e no
Francesco, tu devi essere quella stella alla quale ciascuno di noi può
attaccare il carro della sua vita, abbiamo bisogno di te per non perderci. Da
subito mi son detto “ci deve essere una Grazia in questa disGrazia”. Aiutaci a
capire cosa vuole da noi questo tuo sacrificio.
Ti ricordi Francesco
la prima confessione fatta con me? Ero arrivato da pochi giorni a Gignano, voi
ragazzi non avevate accettato di buon grado l’avvicendamento tra don Juan e me,
mi guardavate con sospetto, come fossi un usurpatore. Io non ne avevo colpa e
nemmeno don Juan, l’obbedienza ci chiedeva questo. Ed io vi guardavo da
lontano, con rispetto e timore (tu, Valentina, Ilary; Arianna, Andrea,
Francesco, Alessia, Claudia, Antony…). Tu hai rotto il ghiaccio e mi hai
chiesto di confessarti. Il mio imbarazzo era evidente ma ho detto “Ok”. Ricordo
ancora l’angolo della tendochiesa dove abbiamo cercato di trovare un po’ di
raccoglimento in mezzo a un mare di ragazzi che facevano il campo estivo. Ho
potuto ammirare la sensibilità e il candore della tua anima. Come penitenza ti
ho dato una carezza e ti ho detto “torna a giocare con i ragazzi e sii felice”.
Adesso tu devi dirla a noi questa frase. La devi dire a
mamma e papà… “Tornate a giocare con Filippo e Ludovico e siate felici… non
rottamatevi. Imparate da me”.
Tua mamma, tuo papà, Filippo, Ludovico… Penso a loro e
sperimento tutta la mia impotenza. A proposito sai cosa mi ha detto Filippo
l’altra sera a casa tua? “Ciao don Bru’… oh ma sempre qua stai?” ha imparato
bene da te come essere bipppppp (stronzi) e non farlo pesare… Complimenti!
Penso a loro e mi vengono in mente tre icone di vangelo,
vorrei dirle in punta di piedi, con tutto il rispetto di cui sono capace, non
ricette preconfezionate ma suggestioni, parole vuote che spero siano riempite
da Lui.
-
“Donna non piangere”… Vorrei dirti cara
Alessandra con la stessa dolcezza, con la stessa tenerezza ma anche con la
stessa certezza di Gesù “Donna non piangere!”. Te l’ho dico Alessandra, sapendo
che adesso vorresti tirarmi un pugno, te l’ho dico come atto di fede in Colui
che primo ed unico ha usato questa espressione e che solo Lui può ridirti in
questo momento e per tutti i momenti della tua vita. Vivi Alessandra, questo
vuole Francesco da te.
-
“Figlio ecco tua madre, e da quel momento il
discepolo la prese nella sua casa”. Giuseppe vivi questo dolore con gli occhi
del discepolo amato che ai piedi della croce, perso e disperato per l’amore
della sua vita che se ne va, è invitato da Gesù stesso a non guardare alla
croce ma agli occhi di quella donna di Nazareth. Se desideri, e so che lo
desideri, restare padre, prendi e pendi dallo sguardo di Maria. Se ridiventi
figlio continuerai ad essere un padre eccezionale come lo sei sempre stato.
-
“Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe
morto”. Filippo, Ludovico oggi state vivendo il dramma di Marta e Maria.
L’assenza di Francesco e, con la sua assenza, anche quella di Gesù. Io non so
come e quando ma il Risorto farà con Francesco quello che ha fatto con l’amico Lazzaro,
con il figlio della vedova di Nain, con il servo del centurione… “Credi tu
questo?” chiede Gesù a Marta. Credete voi questo? Credo io questo? La nostra
risposta, la vostra risposta, la mia risposta, in questo momento, è no! Ma a
Lui non importa la nostra risposta, a Lui interessa solo la nostra domanda, la
nostra pretesa espressa anche con la disperazione delle lacrime o di una
bestemmia non detta ma pensata: “se Tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe
morto «mo vidi che t’ha fa’»”.
-
A tutti i tuoi amici, a tutti gli amici dei tuoi
amici, a tutti quelli che oggi ti fanno corona, vorrei dire due consegne che il
nostro vescovo ha dato a tuo papà qualche sera fa:
- La morte non può uccidere l’Amore, la morte
non ha alcun potere sull’amore;
- Desiderate continuare a sentire Francesco,
scherzare, suonare, ridere… Allora dovete cambiare frequenza alla radio della
vostra vita. Bisogna passare sulle frequenze dello Spirito, dell’Infinito, su
frequenze altre ed alte.
Francesco permettimi un gesto, lo
voglio fare a nome di tutti. Le mani di mamma e papà sono state le ultime che
ti hanno lungamente accarezzato due giorni fa, quelle mani io ora voglio
baciare perché così il mio, il nostro bacio arriva a te. Ma soprattutto perché
ora quelle mani sono diventate mani sacerdotali, mani sacre che ti hanno
offerto in sacrificio sull’altare del dolore. Accarezzandoti con amore hanno
celebrato la loro prima, la loro ultima la loro unica vera messa.
Fatti sentire ogni tanto.
Bentornato peccatore.
Don Bruno
mercoledì 19 novembre 2014
Francesco te ne sei andato all'improvviso. Alle 23,20 tuo papà mi scriveva "hanno ammazzato Francesco". Gli ho detto un sacco di parolacce, come si permetteva di dire una simile cosa, ed ho iniziato a pregare perché nulla fosse vero, speravo si trattasse di un incubo dal quale svegliarsi. Ma il gelo alle gambe e le lacrime agli occhi non erano un incubo. Ho svegliato tutta la parrocchia. Mi ripetevo: un mio ragazzo ammazzato? Francesco? Lui così gentile, affabile, empatico. Lui un genio della musica con la passione del tavolo verde. Lui che a natale, nelle serate al centro parrocchiale, era il migliore a sbancare il banco. Francesco e il suo pianoforte. Odiava il solfeggio ma aveva la musica nel sangue. Lui un ragazzo che amava tirar tardi la notte come tutti i giovani ma che andava a fare le prove con mamma e papà alla corale Gran Sasso. Lui che per rendersi autonomo aveva accettato di lavorare in un call center, quanto di più lontano dal suo carattere, e per arrotondare suonava pure nella banda musicale (quanto abbiamo riso con mamma e papà quando alla tua prima uscita ti sei inzuppato come una gallina e sei tornato a casa fradicio di pioggia). Tu che, disinibito, diventavi rosso se ti mandavo un whatsapp riciclando qualche barzelletta un po' border line. Tu che, puntuale la notte di natale e di pasqua, ti presentavi alla comunione e io invece di dirti "il corpo di Cristo" ti dicevo "peccatore vedi di confessarti prima o poi", il tuo amen era il sorriso di chi l'ha fatta franca e ancora una volta era riuscito a prendermi in giro. Ma Gesù che tu venivi a prendere era più importante dei miei rimproveri e allora la comunione te la davo ugualmente. Perché uno come te è facile da amare. E Gesù ti ha voluto con se. Anche lui è rimasto abbagliato dal tuo sorriso e dai tuoi occhi furbescamente bambini. Non è una risposta a tutto il dolore dei tuoi genitori, al dolore della tua famiglia, di Filippo e Ludovico, al dolore dei tuoi amici... e non è una risposta nemmeno per me. Ma abbiamo bisogno di uno spiraglio in questa notte che non si decide a passare, in questa notte che ormai ci abiterà per sempre. Aiutaci non a capire ma a pronunciare, seppur a denti stretti e con i pugni chiusi, questo terribile fiat. Ciao Francesco. Ti aspettiamo con amore.tuo don Bru' (o meglio tuo Brunito come eri solito chiamarmi quando volevi darti un tono di superiorità)
sabato 27 settembre 2014
Pubblicato
Sabato, 27 Settembre 2014 10:51 | Scritto da Maria Rosaria Greco
Qui c’è la
tela immacolata del quadro che dipingerò. Lì vicino c’è L’Aquila, anche se ancora non la vedo. Ne
sento battiti e respiro, ma forse è solo un’illusione. Sto per prendere il
pennello, i colori sono ben sistemati sulla tavolozza. Alzo lo sguardo con
timore, eccola! E senza volerlo infilo le unghie nella tela, la squarcio, e
grido contro il Cielo. Devo forse dipingere di nero? Un quadro nero? Devo
disegnare una notte senza stelle? Non ce la faccio. Ma non posso e non voglio
arrendermi prima di cominciare.
Inizio a
passeggiare, mi hanno detto che il centro della città non esiste più, ma io non
ci credo. Che cosa vuol dire non esistere? Percorro le strade che avvolgono il
centro, strette dall’abbraccio della montagna madre. La natura volge placida il
suo sguardo da ogni curva, da tutte le angolazioni. L’Aquila è circondata dai
monti. Mi chiedo se quella notte gli animali selvatici hanno provato paura!
Devo entrare in Corso Vittorio Emanuele, il salotto buono della città. Anche se mi hanno detto che non c’è più né salotto né vita. Mi hanno detto che le case sono ferite a morte, ma io non ci credo. Da lontano vedo sagome alte, sono palazzi, si sbagliano tutti.
Entro con i miei sandali bianchi e pieni di strass, inadeguati, fuori dal mondo. Fanno rumore, lo sapevo già, ma non credevo così tanto! L’eco dei passi mi terrà la mano, sarà compagnia e spettro, darà vita a un fluido circolo di emozioni che farà il giro del mio corpo ad ogni battito di cuore. Alla fine del mio viaggio avrò incontrato circa venti persone, attonite come me, e quattro bar funzionanti. Me l’aveva detto una signora polemica che avevo incontrato poco prima: “Hanno riaperto solo i bar, questo sono stati capaci di fare per i nostri ragazzi”. Polemica. O fottutamente sincera.
Devo entrare in Corso Vittorio Emanuele, il salotto buono della città. Anche se mi hanno detto che non c’è più né salotto né vita. Mi hanno detto che le case sono ferite a morte, ma io non ci credo. Da lontano vedo sagome alte, sono palazzi, si sbagliano tutti.
Entro con i miei sandali bianchi e pieni di strass, inadeguati, fuori dal mondo. Fanno rumore, lo sapevo già, ma non credevo così tanto! L’eco dei passi mi terrà la mano, sarà compagnia e spettro, darà vita a un fluido circolo di emozioni che farà il giro del mio corpo ad ogni battito di cuore. Alla fine del mio viaggio avrò incontrato circa venti persone, attonite come me, e quattro bar funzionanti. Me l’aveva detto una signora polemica che avevo incontrato poco prima: “Hanno riaperto solo i bar, questo sono stati capaci di fare per i nostri ragazzi”. Polemica. O fottutamente sincera.
È scesa
la sera, ed io sono entrata nel cuore della città.
L’Aquila. Vi ricordate di quella notte in cui fu colpita dal
terremoto? 309 morti, vi ricordate? 6 aprile 2009, nessuno può aver
dimenticato. Ma tra il ricordare e il non dimenticare passano rosari infiniti
di giorni lasciati lì su un calendario vecchio. Ci passa il tempo e la
dimenticanza del cuore. Il terremoto, lo sgomento, il pianto, la rabbia,
un’offerta, la frenesia del momento, i funerali, Berlusconi, Bertolaso, i moduli,
le case, il G8, le promesse, i discorsi, blablabla e così sia. Certo. Giusto.
Ognuno di noi ha ripreso posizione, è tornato nella propria vita, una lacrima,
una preghiera e via. Come in ogni tragedia altrui.
L’Aquila. Il corso è stretto e lungo; stradine laterali si
staccano, e si aprono come tante scheletriche e fragili braccia che un tempo si
elevavano cercando idealmente la libertà della montagna e l’infinito del cielo,
e che sono state spezzate. Rumore di ossa spezzate. Il buio mi colpisce per
primo. Mi dà il saluto di benvenuto. No, forse no. Prima del buio c’è l’odore.
Umido, quello delle case disabitate da tempo immemore, quello di pietra intrisa
d’acqua e mai asciugata, verde di muffa. Pietra rinnegata dal sole. Un odore
che ricorda il ferro, la pioggia, la solitudine di secoli. Ma in realtà sono
passati cinque anni da quella notte. I palazzi, belli come una donna dai
lineamenti perfetti divenuta vecchia malata melanconica e moribonda. Bella, che
tu lo intuisci da quel riverbero di vita che ancora vien fuori dagli occhi; di
vita e di malizia propria delle donne belle.
Su quella via c’era l’anima della città. Palazzi alti e meravigliosi, uffici, negozi alla moda e abitazioni di gente che si sentiva felice e fortunata di potersi permettere una casa proprio lì. Le facciate degli edifici sono completamente ingabbiate, tenute su da sostegni di ferro crudeli come una maschera che nasconde il danno, e pure lo salva, lo conserva, lo consegna alla memoria collettiva che troppo spesso dimentica.
Gabbie come una condanna, a ricordare il dolore. Qui le rovine sembrano eterne. Mi avvicino ai portoni, leggo i nomi sui citofoni, ho voglia di suonare, di sentire la voce di qualcuno chiedere chi è. Ho voglia di entrare in una di quelle case dagli usci eleganti e massicci, giganteschi paradossi che non hanno potuto salvare niente e nessuno; ho il desiderio di aprire un album di fotografie e conoscere i nonni, i figli, i nipotini, e andare a ritroso fino alla settima generazione. E sentire il bau di un cane incazzato che difende il suo perimetro perfetto, e la sua pace. Premo il campanello, non suona, non risponde nessuno, non vedrò mai le immagini di quella storia. Lo sapevo che sarebbe stato inutile, non sono pazza, ma a volte anche gli incubi sembrano reali, e poi ti svegli e tiri un sospiro di sollievo, guardando le tue quattro consolanti mura. Perché stavolta non poteva essere così? Perché non è tutto solo un incubo, un equivoco della mente?
Su quella via c’era l’anima della città. Palazzi alti e meravigliosi, uffici, negozi alla moda e abitazioni di gente che si sentiva felice e fortunata di potersi permettere una casa proprio lì. Le facciate degli edifici sono completamente ingabbiate, tenute su da sostegni di ferro crudeli come una maschera che nasconde il danno, e pure lo salva, lo conserva, lo consegna alla memoria collettiva che troppo spesso dimentica.
Gabbie come una condanna, a ricordare il dolore. Qui le rovine sembrano eterne. Mi avvicino ai portoni, leggo i nomi sui citofoni, ho voglia di suonare, di sentire la voce di qualcuno chiedere chi è. Ho voglia di entrare in una di quelle case dagli usci eleganti e massicci, giganteschi paradossi che non hanno potuto salvare niente e nessuno; ho il desiderio di aprire un album di fotografie e conoscere i nonni, i figli, i nipotini, e andare a ritroso fino alla settima generazione. E sentire il bau di un cane incazzato che difende il suo perimetro perfetto, e la sua pace. Premo il campanello, non suona, non risponde nessuno, non vedrò mai le immagini di quella storia. Lo sapevo che sarebbe stato inutile, non sono pazza, ma a volte anche gli incubi sembrano reali, e poi ti svegli e tiri un sospiro di sollievo, guardando le tue quattro consolanti mura. Perché stavolta non poteva essere così? Perché non è tutto solo un incubo, un equivoco della mente?
È sera,
faccio fatica ad immaginare la città di giorno, e i raggi solari infilarsi in
quello scenario opalescente di luna. Non c’è grande illuminazione sul corso
dell’Aquila. Non serve, non c’è nessuno. Non c’è ragione che vi sia qualcuno. I
lampioni accesi sono pochi e mandano una lucina da calli veneziane, da caffè
parigini; ma qui, se in qualche microscopico angolo c’è l’intimità degli amanti
e degli scrittori, non si vede.
Avanzando nel silenzio assoluto, protagonista solitaria di un film surreale, incrocio una strada laterale molto più ampia delle altre, e svolto. La solita lucina ovattata, semi senza nome che sono divenuti alberelli sottili e che si mischiano alle ormai familiari impalcature dei palazzi, quasi a formare abbracci di cespugli gravidi di mangrovie, o mani gonfie, mostruose, che pregano. Senza ordine, con una promiscuità che commuove, e neppure un gatto innamorato nella notte. Si è alzato un po’ di vento. Sento dei rumori alle mie spalle, sono le foglie che arrivano da autunni lontani. Non ho paura, c’è tutto un mondo antico che mi guarda e mi parla. Decido di togliermi i sandali, ho bisogno di toccare quella terra, ho necessità di sentirla davvero. È la celebrazione della mia imperfezione, del mio dolore, un rito egoistico a cui non riesco a sottrarmi. Cammino e premo le piante dei miei piedi su quella strada che è piena di muri sbriciolati, il freddo del contatto si diffonde nel mio corpo.
Devo sedermi. Devo piangere. Come se un mare di lacrime potesse restituire la vita. Come se potesse assolvere chi se n’è andato, chi è restato, chi è colpevole. Come se potesse punire la cattiveria di una natura a volte davvero matrigna crudele. Mi alzo e vado via. Piano, dispensando pensieri d’amore. Voglio credere che nessuno sia morto tra quelle pareti che contengono solo spazi aperti, gusci vuoti. Voglio immaginarli vivi e nonostante tutto felici, i nonni i nipotini il cane incazzato e sette generazioni ritratte in foto color seppia.
Avanzando nel silenzio assoluto, protagonista solitaria di un film surreale, incrocio una strada laterale molto più ampia delle altre, e svolto. La solita lucina ovattata, semi senza nome che sono divenuti alberelli sottili e che si mischiano alle ormai familiari impalcature dei palazzi, quasi a formare abbracci di cespugli gravidi di mangrovie, o mani gonfie, mostruose, che pregano. Senza ordine, con una promiscuità che commuove, e neppure un gatto innamorato nella notte. Si è alzato un po’ di vento. Sento dei rumori alle mie spalle, sono le foglie che arrivano da autunni lontani. Non ho paura, c’è tutto un mondo antico che mi guarda e mi parla. Decido di togliermi i sandali, ho bisogno di toccare quella terra, ho necessità di sentirla davvero. È la celebrazione della mia imperfezione, del mio dolore, un rito egoistico a cui non riesco a sottrarmi. Cammino e premo le piante dei miei piedi su quella strada che è piena di muri sbriciolati, il freddo del contatto si diffonde nel mio corpo.
Devo sedermi. Devo piangere. Come se un mare di lacrime potesse restituire la vita. Come se potesse assolvere chi se n’è andato, chi è restato, chi è colpevole. Come se potesse punire la cattiveria di una natura a volte davvero matrigna crudele. Mi alzo e vado via. Piano, dispensando pensieri d’amore. Voglio credere che nessuno sia morto tra quelle pareti che contengono solo spazi aperti, gusci vuoti. Voglio immaginarli vivi e nonostante tutto felici, i nonni i nipotini il cane incazzato e sette generazioni ritratte in foto color seppia.
Torno dove a
L’Aquila c’è vita. Perché c’è tanta vita a L’Aquila. Studenti, ragazzi
innamorati, famiglie che hanno ricostruito le proprie case, interi nuclei e
comunità che vivono nelle “case di Berlusconi”, Chiese. Studenti, già.
Quella notte ne morirono otto nel crollo di una palazzina della “Casa dello Studente”. Ci vado. Otto foto, qualche maglia stesa sulle solite tristi inutili transenne, scene di vita interrotta brutalmente e visibile dalla strada … ecco, passi di là, via XX Settembre e non trovi parole che possano dare un senso alla tragedia. Passi e vedi porte aperte, il bagno, gli armadi, le cucine aggrappate disperatamente a muri morti. I letti no, non ci sono: quelli crollarono insieme ai pavimenti, quelli accompagnarono il volo finale e fatale di ragazzi che dormivano innocenti e fiduciosi.
La loro casa fu visitata dai tecnici quella sera. Fu detto loro che andava tutto bene. Tutto bene. Una sentenza del 2013 ha condannato quattro persone a pene di detenzione che vanno dai due anni e mezzo a quattro anni. Chissà se servono, se bastano, se donano pace a chi non può più abbracciare un figlio. Chissà se certi errori evitabili si eviteranno dopo tanto dolore. Poco oltre il collegio, uno striscione ormai logoro recita: “Assassini, ridatemi mio figlio”.
Non si può commentare, e cosa poi? Cammino ancora, e trovo un grande parco. C’è il sole, mamme bimbi altalene e nonni che giocano a briscola. I papà sono a lavorare, non so dove. Alcuni negozi distrutti sono rinati presso i centri commerciali, altri chiusi per sempre col terremoto. Di tanto in tanto ci si imbatte in un edificio ricostruito o ristrutturato, stretto a palazzi danneggiati, caduti, crepati come bicchieri di vetro, case che ricordano quelle che da bambina costruivo con le carte da gioco, una sull’altra … un alito leggero e il castello cadeva distrutto.
Quella notte ne morirono otto nel crollo di una palazzina della “Casa dello Studente”. Ci vado. Otto foto, qualche maglia stesa sulle solite tristi inutili transenne, scene di vita interrotta brutalmente e visibile dalla strada … ecco, passi di là, via XX Settembre e non trovi parole che possano dare un senso alla tragedia. Passi e vedi porte aperte, il bagno, gli armadi, le cucine aggrappate disperatamente a muri morti. I letti no, non ci sono: quelli crollarono insieme ai pavimenti, quelli accompagnarono il volo finale e fatale di ragazzi che dormivano innocenti e fiduciosi.
La loro casa fu visitata dai tecnici quella sera. Fu detto loro che andava tutto bene. Tutto bene. Una sentenza del 2013 ha condannato quattro persone a pene di detenzione che vanno dai due anni e mezzo a quattro anni. Chissà se servono, se bastano, se donano pace a chi non può più abbracciare un figlio. Chissà se certi errori evitabili si eviteranno dopo tanto dolore. Poco oltre il collegio, uno striscione ormai logoro recita: “Assassini, ridatemi mio figlio”.
Non si può commentare, e cosa poi? Cammino ancora, e trovo un grande parco. C’è il sole, mamme bimbi altalene e nonni che giocano a briscola. I papà sono a lavorare, non so dove. Alcuni negozi distrutti sono rinati presso i centri commerciali, altri chiusi per sempre col terremoto. Di tanto in tanto ci si imbatte in un edificio ricostruito o ristrutturato, stretto a palazzi danneggiati, caduti, crepati come bicchieri di vetro, case che ricordano quelle che da bambina costruivo con le carte da gioco, una sull’altra … un alito leggero e il castello cadeva distrutto.
L’Aquila. Non ho incontrato una sola persona scortese.
Gentilezza e sorrisi, quando non addirittura un atteggiamento disponibile e
affettuoso. Quanto è grande quella gente! E alla fine del mio viaggio approdo
in una tenda della protezione civile. Ha un nome, quella tenda. Si chiama Parrocchia
“Santa Maria Assunta” di Gignano. Una Chiesa. Fuori, un piazzale ampio e polveroso. Una
campana sorretta da un corto palo di legno, altre due adagiate per terra poco
lontano. Il Parroco è Don Bruno Tarantino, un giovane uomo di origine salentina. Ha tanto da
raccontare, e avrebbe tanto da recriminare, credo. Quella notte era lì, la sua
casa crollò, e pure la sua Parrocchia. Era quella del quartiere degli studenti,
lui li conosceva tutti. Perse parrocchiani, ragazzi e amici. Perse storie.
Perse futuro, come tanti, in quella notte di sgomento e disperazione, di
devastazione e morte. Io posso solo immaginare l’infinità di sensazioni ed
emozioni che provò, lui come tutti. I sacerdoti sono esseri umani, e credo non
siano immuni dal provare sentimenti, anche i meno nobili, se e quando la vita
decide che deve essere così. Invece nessuna rabbia, nessun conto in sospeso
negli occhi e nei gesti di questo sacerdote. Sorrisi per tutti, accoglienza,
disponibilità. Si ferma con una signora anziana, la vede abbronzata, le chiede
se è andata al mare. Ma il mare è distante da questa terra, e lui lo sa. La
signora gli sorride, gli dice qualche parola, di cui una è ‘grazie’.
Poi ci spostiamo e con una sorta di felicità mi invita a visitare un altro cantiere. Lo seguo, e lui mi fa vedere una gettata in cemento, alcune colonne portanti e cento metri di speranza viva. Su quel rettangolo poche settimane fa è stata posata la prima pietra della nuova Chiesa.
Poi ci spostiamo e con una sorta di felicità mi invita a visitare un altro cantiere. Lo seguo, e lui mi fa vedere una gettata in cemento, alcune colonne portanti e cento metri di speranza viva. Su quel rettangolo poche settimane fa è stata posata la prima pietra della nuova Chiesa.
Vado via da
L’Aquila così. Con la dolcezza e la forza di chi crede nella vita. Vado via da
L’Aquila, e so che non posso chiudere il resoconto di questo mio viaggio con la
banalità di circostanze fin troppo semplici, servite su un piatto doloroso e alienante.
Ma non ho altro da dire, se non che questa città diventa immediatamente tua e
tu sua, che ti entra nel cuore, e lì vi rimane per sempre.
http://paisemiu.com/index.php/attualita/2083-l-aquila-del-mio-cuore
mercoledì 13 agosto 2014
Festa patronale "Assunzione della Beata Maria Vergine"
CARISSIMI PARROCCHIANI, SI AVVICINA IL GIORNO IN CUI FAREMO FESTA CON E PER LA NOSTRA PATRONA "MARIA ASSUNTA IN CIELO".
QUEST'ANNO ABBIAMO UN MOTIVO IN PIU' PER FAR FESTA ED E' L'INIZIO DEI LAVORI PER LA COSTRUZIONE DEL NOSTRO CENTRO PARROCCHIALE E DELLA CHIESA.
VI ALLEGO IL PROGRAMMA RELIGIOSO DELLA FESTA:
- GIOVEDI' 14 AGOSTO ALLE ORE 21,00 PRESSO LA TENDACHIESA VEGLIA DI PREGHIERA IN UNIONE CON TUTTA LA CHIESA, CON UN PARTICOLARE RICORDO PER I TANTI CRISTIANI CHE IN QUESTI ULTIMI MESI STANNO SUBENDO IL MARTIRIO, COME CI HA CHIESTO PAPA FRANCESCO.
- VENERDI' 15 AGOSTO ALLE ORE 20,00 INIZIO DELLA CELEBRAZIONE EUCARISTICA PRESSO LA TENDA CHIESA, SEGUIRA' LA PROCESSIONE SINO ALLA PIAZZA E POI LA FIACCOLATA IN ONORE DELLA VERGINE MARIA. ALLA FINE DELLA PROCESSIONE PRESSO IL CENTRO "KAMAEL" RISATA PER TUTTI.
E' UNA FESTA ESSENZIALE NEL SUO DUPLICE SIGNIFICATO.
- ESSENZIALE PERCHE' CI RICORDA QUALE E' IL NOSTRO DESTINO ULTIMO: LA VISIONE DELLA GLORIA DI DIO.
- ESSENZIALE IN QUANTO TUTTE LE NOSTRE ENERGIE, ANCHE ECONOMICHE, HANNO UN ORIZZONTE PIU' AMPIO RISPETTO ALLA SBALLO DI UNA SERA. LA COSTRUZIONE DEL CENTRO PARROCCHIALE, CHE E' NON SOLO PER NOI MA SOPRATTUTTO PER I NOSTRI BAMBINI E PER LE GENERAZIONI FUTURE ALLE QUALI AVREMO DATO UN MOTIVO DI IDENTITA' E DI APPARTENENZA.
LA CHIESA, COME DICEVA SAN GIOVANNI XXIII, E' LA FONTANA DEL VILLAGGIO ALLA QUALE TUTTI POSSONO BERE PER SOLLEVARSI DALL'ARSURA QUOTIDIANA. RISPONDERE ALLA SETE D'INFINITO DI OGNI UOMO, QUESTO E' IL SENSO DI UNA CHIESA E DI OGNI COMUNITA' CRISTIANA. NON CEDIAMO MAI ALLA TENTAZIONE DI ACCONTENTARCI DI CISTERNE SCREPOLATE CHE NON TRATTENGONO L'ACQUA MA CI INEBRIANO SOLO PER UN BREVE MOMENTO.
BUON FERRAGOSTO A TUTTI.
DON BRUNO.
martedì 5 agosto 2014
Inizio lavori del centro parrocchiale.
Carissimi amici,
ieri finalmente sono iniziati i lavori di cantierizzazione per la costruzione del nuovo centro parrocchiale, che comprende aula liturgica e alcuni locali per le attività pastorali. Il tutto verrà ricostruito dove era prima la chiesa, quindi in piazza. Ringraziamo per questo la Provvidenza e le tante persone che in tutta Italia, nella giornata della colletta a favore dei terremotati dell'aprile 2009, hanno dato il loro piccolo-grande contributo. Ringraziamo anche Banca Mediolanum che si è fatta carico di una parte cospicua dei costi di realizzazione, ho avuto modo di conoscere personalmente la signora Silvera, referente per L'Aquila, e il signor Virginio che ha seguito tutto dalla sede di Milano e che pochi giorni fa è stato a Gignano per un sopralluogo. Ovviamente, come ben potete comprendere, i soldi non bastano mai. Nonostante la crisi vi chiedo un piccolo sacrificio affinché anche gli arredi interni (altare, ambone, fonte battesimale, tabernacolo e tutto quanto serve a rendere bello e dignitoso il nostro nuovo centro parrocchiale) siano realizzati nel più breve tempo possibile.
Nessuno, singolo o sedicente comitato, è autorizzato a chiedere soldi in nome e per conto di questo progetto. Gli unici canali per aiutarci sono il c/c bancario del quale vedete l'IBAN sulla home di questo sito e un c/c postale che mi sto attivando a far aprire nel più breve tempo possibile e del quale vi darò informazioni più precise appena possibile.
La Madonna sta firmando questo progetto. Ne sono certo. Alcune date non sono casuali.
Ora tutti al lavoro e alla preghiera.
Il Signore ci aiuti a costruire non solo la chiesa ma soprattutto la Chiesa.
don Bruno
ieri finalmente sono iniziati i lavori di cantierizzazione per la costruzione del nuovo centro parrocchiale, che comprende aula liturgica e alcuni locali per le attività pastorali. Il tutto verrà ricostruito dove era prima la chiesa, quindi in piazza. Ringraziamo per questo la Provvidenza e le tante persone che in tutta Italia, nella giornata della colletta a favore dei terremotati dell'aprile 2009, hanno dato il loro piccolo-grande contributo. Ringraziamo anche Banca Mediolanum che si è fatta carico di una parte cospicua dei costi di realizzazione, ho avuto modo di conoscere personalmente la signora Silvera, referente per L'Aquila, e il signor Virginio che ha seguito tutto dalla sede di Milano e che pochi giorni fa è stato a Gignano per un sopralluogo. Ovviamente, come ben potete comprendere, i soldi non bastano mai. Nonostante la crisi vi chiedo un piccolo sacrificio affinché anche gli arredi interni (altare, ambone, fonte battesimale, tabernacolo e tutto quanto serve a rendere bello e dignitoso il nostro nuovo centro parrocchiale) siano realizzati nel più breve tempo possibile.
Nessuno, singolo o sedicente comitato, è autorizzato a chiedere soldi in nome e per conto di questo progetto. Gli unici canali per aiutarci sono il c/c bancario del quale vedete l'IBAN sulla home di questo sito e un c/c postale che mi sto attivando a far aprire nel più breve tempo possibile e del quale vi darò informazioni più precise appena possibile.
La Madonna sta firmando questo progetto. Ne sono certo. Alcune date non sono casuali.
Ora tutti al lavoro e alla preghiera.
Il Signore ci aiuti a costruire non solo la chiesa ma soprattutto la Chiesa.
don Bruno
lunedì 24 marzo 2014
Suggestioni di resurrezione di una città testarda.
Cari amici vi aspetto per questa nuova iniziativa frutto della collaborazione tra l'artista, la parrocchia dei santi Marciano e Nicandro e l'Ufficio Scuola dell'Arcidiocesi. Durante la mostra sarà possibile acquistare litografie numerate e autografate oppure il libro dove viene riproposta la mostra nella sua interezza. Ovviamente il ricavato andrà in beneficenza.
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